09 – RISVEGLI

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Quando è disteso con gli occhi chiusi, dopo un giorno intero passato a farci l’amore, e si addormenta, mi piace stare nuda addossata a lui, al suo corpo rilassato, pelle contro pelle. Mi piace guardarlo da vicino, guardargli il viso, le ciglia che vibrano un poco se sta sognando, la bocca appena dischiusa, la barba che si è fatto crescere per me, per sembrarmi più grande, i capelli neri e lunghi, tenuti così perché io adoro toccarglieli, passarci le dita.

«Che cosa vuoi?», gli dico piano per non svegliarlo. «Vuoi la mia mente? Te la do. Il ventre che ha dato la vita? Il seno che ha allattato? Te li do. Vuoi il cielo? Lo prendo e te lo do. Ti do tutto. La mia follia, le mie rughe, i miei segreti, la passione, l’incanto…».

Lui non si sveglia perché gli parlo piano, il mio è appena un sussurro. Però in qualche modo la voce gli arriva, perché lentamente si muove: sposta un braccio, una gamba o muove appena un poco la testa e mormora: «Amore mio».

È solo un attimo. La sua coscienza, la sua percezione si affacciano a me solo per un attimo. Io me ne sto zitta, immobile e regolo il respiro facendo finta di dormire. Lui mi stringe e si riaddormenta.

Sorveglio il suo respiro. Quando sono certa che dorme, mi sollevo e mi metto in ginocchio a guardarlo, a gustarmi con gli occhi il suo corpo perfetto. Vorrei mangiarlo. Vorrei avere i denti negli occhi per la voglia che ho di guardarlo.

Poi mi abbasso a prendergli dolcemente l’uccello in bocca. Adoro farlo quando è così moscio e rilassato, perché non accade mai: quando ci vediamo, e si spoglia o lo spoglio, è sempre tanto eccitato che glielo prendo in bocca che è già in tiro. Quando lo faccio così, mentre dorme, riesco a gustarmelo in questa forma tenera, indifesa e per me nuova, lo accolgo piccolo e morbido tutto facilmente nella bocca, subito. Posso adagiarlo sulla lingua, dargli dei piccoli colpetti per farlo aderire bene al palato, tenermelo stretto lì e coccolarmelo come in un nido, lui e la sua fragilità, la sua delicatezza.

Devo restare concentrata perché il tutto dura poco: dopo i primi colpetti e massaggi di lingua sento la sua pelle tendersi e l’animaletto che ricopre svegliarsi, divenire sempre più consistente. Quanto amo in quel momento fermarmi e tenerlo così schiacciato, assaporare come aumenta in spessore e durezza, ingrossandosi e allungandosi, tanto da premere sui lati interni delle mie guance e giungere a solleticarmi la gola. È un inno alla vita, alla tenerezza che si fa forza, e potenza, e bellezza.

Allora con le labbra gli tengo stretta la pelle e scendo più giù, la faccio scorrere insieme alle labbra che vanno a spingere le palle, così che la sua cappella si scopre direttamente nella mia gola, dove la sento ingrandirsi mentre io torno ferma. È una danza, la nostra. Una danza che la mia bocca fa col suo uccello, fatta di soste e movimenti, di richiami e di risposte. Riprendo a muovermi. Succhio e provo a deglutire, in modo che i muscoli della gola gli massaggino la cappella.

Ho la bocca piena adesso, le guance gonfie e tese, le labbra contratte e strette alla base dell’asta, la cappella in fondo alla gola. Ed è in questo momento che Andrea si sveglia, il suo respiro da regolare si fa rapido, mi parla in un crescendo di “Amore mio” e mi porta le mani sulla testa.

L’uccello cresce ancora. Sono svegli in due ora, lui e il suo cazzo, ed è ormai così grosso e duro che per quanto mi sforzi non ce la faccio più a tenerlo tutto in bocca. Mi lacrimano gli occhi e respiro affannata col naso.

Mi stacco e gli dico la mia urgenza. Lui mi tira su e mi abbraccia forte, mi stringe, le sue mani si muovono prepotenti sulla mia schiena, sulle natiche, sul collo, sulla testa. Un abbraccio che non trova forma, che ne inventa di nuove.

«Voglio che vibri fra le mie braccia, voglio che mi senti forte qui», mi sussurra all’orecchio mentre poggia una mano sul mio bassoventre, premendo forte fino a sentirne le contrazioni. E poi dice: «E qui, e qui», toccandomi il petto e la gola. Ma è solo quando ripete: «E qui, amore», premendo forte la sua mano aperta sulla mia fronte, che io mi rendo conto che sto già sfrenatamente tremando senza ritegno.

7 pensieri riguardo “09 – RISVEGLI

  1. è nel pieno dell’inverno che diventa preziosa ogni stilla di primavera.
    il risveglio di andrea nella tua bocca, che comincia con il disgelo e finisce con un temporale estivo.
    sai quel che si dice dell’Irlanda: four seasons in one day.
    è quel che accade in certe stanze, è quel che accade dentro l’animo di chi ti legge, ogni volta.

    scusa se ci metto troppe parole, è che mi piace qui, le pareti di questa stanza sono specchi, per me, mi ci cerco e a tratti mi ci ritrovo.
    ma puoi fermarmi se vuoi, lo sai, lo so.

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  2. mi chiedo quante parole mi sono state sussurrate mentre dormivo.
    mi invento che ognuna di quelle parole è penetrata e attorno a sé ha condensato un mondo di sensazioni, di colori, di intime primavere.
    e mi invento che ciascuno di questi universi ha un codice segreto capace di risvegliarlo, un codice che passa dalla pronuncia esatta di quella esatta parola, ma anche da un profumo specifico, o da una canzone.
    mi invento adesso, qui, una teoria per cui sono spesso i sensi ad evocare mondi sopiti dentro di noi, e mi invento che a volte il desiderio di intimità non è altro che la risposta subcosciente al richiamo di uno di questi universi.
    e se la tua bocca sa far spostare il sangue di un uomo che dorme, le tue parole sanno chiamare un sonno popolato da sogni.

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