08 – Quel giorno al parco

Per due anni non avevo sbagliato un colpo. Telefono dedicato, cognome falso, mai lo stesso uomo per più di qualche settimana. Scopavo, mi rivestivo, cancellavo il numero e tornavo a casa con l’alito di mentina e i capelli ancora umidi della doccia in albergo. Nessuno entrava. Nessuno restava.
Con Andrea avevo smesso di accendere il telefono dedicato senza decidere di farlo. Ormai gli rispondevo dal numero vero anche da casa, mentre mio marito stava nel suo studio in fondo al corridoio – quella stanza dove spariva ogni sera dopo cena, la porta chiusa, la luce blu dello schermo sotto la soglia. Sentivo il telegiornale attraverso il muro e la voce di Andrea nell’orecchio, e non mi sembrava strano.
Aveva dormito nel mio letto, sapeva il mio cognome, sapeva dove abitavo. Da dopo l’estate poi vedevo solo lui. Non gli ero fedele per scelta, non sapevo neanche come chiamarla, quella cosa. Semplicemente gli altri avevano smesso di venirmi in mente. E la cosa assurda è che essergli fedele mi sembrava la trasgressione più grande di tutte.
Mi guardavo intorno e non riconoscevo più niente. Le regole che per due anni mi avevano tenuta al sicuro non c’erano più, e non ricordavo quando se n’erano andate. Era come svegliarsi in una casa con tutte le porte aperte senza sapere chi le aveva aperte.
Stavo perdendo la testa?
Mi chiamò una sera che avevo dei buoni conoscenti a cena. Tutte care persone, piene di quelle certezze che ti porti addosso come un buon cappotto: il mutuo pagato, i figli nella scuola giusta, le vacanze dove si deve. Il tipo di gente con cui sai sempre di cosa parlare e non dici mai niente di vero.
Stavamo prendendo l’aperitivo in salotto. Io facevo la padrona di casa, le domande giuste, il Martini al momento giusto. E loro le loro parti: la coppia che ride all’unisono, il single che esagera nelle storie per farsi guardare. Ero seduta sul bracciolo del divano. Lo stesso divano. Due settimane prima ero stata a cavalcioni su Andrea lì sopra, le mutandine spostate, la sua bocca che sapeva di whisky, e i suoi gemiti – i primi che gli avevo sentito fare. Adesso sullo stesso cuscino c’era la borsa di Marta.
[…]
Il diario intero si trova qui:

3 pensieri riguardo “08 – Quel giorno al parco

  1. c’è tutto un percorso, nel tuo ricordo.
    mi chiedo se il suo ricordo coincida con il tuo, o se più semplicemente non parta dal tuo finale “cominciai avida a pompare e succhiare”.
    il peso di ogni dettaglio nella percezione di un uomo può essere molto diverso da quello che dai tu.
    ma la storia, quella vera, non è nella meccanica di una pompa, ma nel gioco che ti inventi ogni volta.
    quel che mi rapisce mentre leggo è la consapevolezza e la misura esatta di quel che mostri di te.

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