13 – MARE E NAVIGANTE


Me lo scrisse una notte. Era stato con un’altra.
“Ho paura di avere rovinato tutto” scriveva “Ho paura di avere incrinato qualcosa che era incredibilmente perfetto”
Ecco. Era arrivata la notizia che stordisce. Un dolore potente che mi inondava e intontiva. E, come un pugile che crolla al tappeto, vedevo i contorni del reale sfumare e sentivo, lontana, una voce contare.
Ci vedemmo.
Volevo sapere, volevo conoscere i dettagli. Lui si rifiutava di farlo. “Non voglio parlarne. Voglio dimenticare” diceva “È stato un errore. Qualcosa di sbagliato. Di freddo. Di alienante e distante.”
Eravamo in macchina e mi guardava tristissimo. “Dimmi che non ho rovinato tutto” ripeteva “Dimmi che possiamo dimenticare. Non voglio perderti.”
Io stavo zitta, schiacciata sotto una cappa di vetro affumicato che aveva reso grigio l’azzurro del cielo. Mi sentivo ancora quel pugile crollato al tappeto della notte prima e quella voce lontana continuava a contare, arrivava a dieci e ricominciava da capo. Un pugile al tappeto con un KO che non veniva mai dichiarato e che rimaneva lì, sospeso e infinito.
Mi abbracciò. Affondò il viso fra i miei capelli e sospirò “Il tuo profumo, Anna. Il tuo profumo. Ho rovinato tutto.”
Aveva rovinato davvero tutto? Erano state cosi stupendamente inutili le mie canzoni?
Il violino che avevo dentro non controllava più le sue corde e generava suoni così alti che mi sembrava dovessero sanguinarmi le tempie da un momento all’altro.
Come hai potuto – ma davvero ci sei riuscito? – consentire ai ragni di avvicinarsi tanto a quel che eravamo? (Chissà quanto era importante alla loro sopravvivenza suggerci in un solo boccone).
E io? Ero davvero così invisibile dentro di te? A remare dentro di te? A remare contro l’impetuosa corrente del tuo bisogno d’amore e di conforto?
Lo guardavo e stavo zitta.
“Vorrei che non fosse mai accaduto. Vorrei poter tornare indietro.”
“Ma è accaduto” gli dissi “E indietro non si torna. Possiamo continuare a vederci, certo. Ma non saremo più gli stessi di prima, perché saremo diversi, che quelli di allora non esistono più”
“Possiamo invece”.
“Raccontami tutto” incalzai, “Raccontami come è accaduto”.
“Non voglio parlarne” rispose lui, irrigidendosi di nuovo.
Insistetti. Volevo sapere tutto. Gli dissi che me lo doveva, per quello che eravamo stati, non per quello che eravamo adesso, perchè adesso stavamo ormai navigando sottoterra e il sottoterra è per talpe e lombrichi. Me lo doveva per quel che eravamo stati prima, per quelli che erano fatti per le nuvole.
Alla fine si arrese. Si appoggiò esausto allo schienale, reclinò un po’ indietro la testa, sospirò e mi raccontò. Tutto. Della sera in cui l’aveva conosciuta e delle due sere dopo, quando erano usciti e avevano fatto sesso nella macchina di lei. Era accaduto il mese prima. Quell’unica volta. E non si erano più rivisti.
Raccontava. Con voce atona e inespressiva e il volto spento. Rispondeva ad ogni mia richiesta di specificare ulteriori dettagli. Probabilmente pensava che volevo saperli per farmi più male e riuscire ad odiarlo di più. Raccontava arrendendosi. Raccontava accettando la fine di noi.
Nella mia mente il suo racconto prendeva corpo e forma. Mi sembrava di vederlo, al bancone del bar, a parlare e a flirtare con lei, a scambiarsi il numero di telefono. Lo vedevo nella sua stanza l’indomani, a messaggiare e prendere accordi per vedersi la sera dopo. E li vedevo poi in macchina, insieme, mentre scopavano di notte. Volli sapere tutto, le posizioni esatte, le cose che avevano fatto, che si erano detti. Gli chiedevo di specificare bene, di essere preciso nel descrivere i particolari e la cronologia di come ogni cosa si fosse esattamente svolta. Volevo sapere se era emozionato o nervoso prima di vederla, come lei lo aveva pompato, se era stata brava, se le aveva leccato la fica.. Dettagli su dettagli, sempre più osceni e minuziosi.
Andrea rispondeva senza più mostrare resistenza: stava lì immobile, con l’espressione del viso vuota e triste, e parlava come fosse in trance, come se la sua voce spenta e monotona stesse celebrando con quel racconto la nostra fine.
Io ascoltavo e mi sorprendevo a pensare che avrei voluto guardarli, che quelle immagini di lui e di lei che creavo nella mia mente e che dapprima mi avevano incupita e addolorata, stavano lasciando piano il posto a una tenerezza strana, insinuante e dolciastra. Una tenerezza carezzevole e ambigua che più mi raccontava i particolari di quella scopata e più diventava desiderio e voglia. Di essere con loro, a guardarli. Di farmi scopare anche io da lui, quella notte, in quella macchina insieme a lei.
Allungai la mano e gli accarezzai piano il viso. Andrea sembrò scuotersi, svegliarsi da quel torpore. Forse i miei occhi e la mia carezza avevano tradito il desiderio che mi percorreva tutta dentro, perché il suo sguardo era meravigliato, incredulo e anche un po’ diffidente, come se non credesse alla sincerità di quella mia carezza e attendesse la battuta cattiva, sarcastica che il racconto crudemente sincero di quella scopata mi avrebbe di lì a poco fatto fare.
Gli sorrisi e lo baciai lievemente sulle labbra. Poi avvicinai la bocca al suo orecchio e “Voglio che mi scopi. Adesso” gli sussurai.
Mi abbracciò forte e mi baciò. Risposi a quel bacio furiosamente, mordendogli le labbra e la lingua. Lo volevo. Da impazzire. Volevo che mi scorresse ancora una volta dentro, volevo dirgli che l’amavo come non gli avevo detto mai e che avevo scoperto che potevo – e posso – amarlo di piu.
Scendemmo dalla macchina e ci infilammo nel primo hotel vicino la stazione che vedemmo.
In camera cominciammo a baciarci, con foga febbrile. Lingue che si cercavano frenetiche, labbra che succhiavano, respiri che respiravano respiri e occhi aperti a guardarsi negli occhi.
Baci famelici. Baci affamati di baci che sembravano non saziarsi mai, che facevano bagnare la mia fica e gli gonfiavano il cazzo.
Baci che non avevano inizio o fine. Baci infiniti.
Mi spingeva contro la parete e io spingevo il bacino sul cazzo duro che gli premeva sotto i calzoni.
Sospiravamo i nostri nomi. Sentivo la sua voce ripetere “Anna”. Me la sentivo rimbombare nel cervello. Nel cuore, fra le cosce e nel midollo.
Intanto le mani andavano ai vestiti. Era tutto uno sbottonare, un aprire, uno scostare stoffe e tessuti a cercare e trovare la pelle e la carne. Mani che diventavano artigli che palpavano, graffiavano, stringevano. Lo volevo tantissimo, come se non lo avessi mai avuto o come se fossimo stati sempre insieme e d’improvviso l’avessero strappato a me.
Finimmo nudi sul letto, con quella voglia di amarci innescata nelle mani e nelle lingue che sembrava raddoppiata.
Ero sdraiata sopra di lui, le gambe un po’ divaricate, il bassoventre che premeva contro il suo cazzo duro che il mio peso costringeva a stare piegato. Ne avvertivo e assaporavo le pulsazioni ed i guizzi, la tensione irresistibile a svettare in alto, la brama di conficcarsi fra le mie cosce. Sollevai il culo e il cazzo si librò su, come liberato da una gabbia.
Mi riabbassai lentamente, fino a sentire la cappella spingere sull’apertura della mia fica umida e fradicia e restai per un attimo lunghissimo ferma così, sospesa a guardarlo negli occhi. Intanto piccoli flash di lui e di quella donna impegnati a scopare in macchina facevano capolino nella mia mente, col sorprendente risultato di farmi bagnare ancora di più, di farmi sentire la fica ancora più vuota e smaniosa di essere riempita e farcita.
Andrea mi strinse i fianchi e mi tirò forte giù, facendomi impalare sul suo cazzo.
Fu allora che tutto scomparve. Come quella misteriosa e segreta sinergia fra mare e navigante che rende il viaggio un incanto, così d’improvviso fummo rapiti dalla magia di noi. Io e lui. Lui fuori e dentro me, impetuosamente, e il mio cuore sparpagliato dappertutto.
Era un pelle contro pelle che non era solo pelle, ma ricarica di Forza e Vita. Eravamo di nuovo noi, naviganti fortunati qualunque mare solcassimo, ché anche le tempeste più violente e impetuose sapevano cullarci.
Venni, prima gemendo, poi gridando, percorsa da brividi. Gli dicevo che lo amavo, lo gridavo per tutte le volte che mi ero morsa le labbra per non dirglielo. Venni mentre godeva anche lui, che respirava forte fra i miei capelli ansimando il mio nome.
Eravamo belli, come e più del cielo, poichè lo avevo e mi aveva, con la stessa voglia di non far ritorno, impazzendo d’Oro e Libertà, una volta di più.
Forse occorre cadere e, come un pugile che crolla al tappeto, vedere il reale sfumare per capire davvero che, alla fine, conta solo l’amore.

Anna Salvaje
il Blog – Diario di una cougar

Un pensiero riguardo “13 – MARE E NAVIGANTE

  1. la cronaca degli avvenimenti racconta la tempesta sul mare, i fatti, lui e lei in macchina, il tuo viaggio tra i ragni e ritorno, la rottura e il ritorno.
    poi quel che avviene in profondità è qualcosa che non sai spiegare ma che puoi solo avere il coraggio di riconoscere. La rottura della regola, l’effetto contrario, la densità di un rapporto che non vive in superficie e che non risente davvero e soltanto di quel che accade lassù.
    le tempeste sono un problema per gli uomini, ma gli oceani vivono di correnti profonde e segrete, spinte dalle forze del mare e della terra.
    e la storia che tu racconti qui è la storia profonda e segreta cui forse tutti hanno avuto accesso in qualche modo almeno una volta nella vita,
    una storia che pochi soltanto hanno saputo riconoscere,
    una storia che quasi nessuno ha scelto di vivere.
    e che tu hai anche raccontato.

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